Contro la cultura della morte

Pubblichiamo la sintesi dell’intervento “Una battaglia per il futuro” di Carl Anderson, Cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo e membro del Pontificio Consiglio per i Laici, oggi ospite al Meeting di Rimini. L'articolo sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista Atlantide. Chi di noi sta cercando di costruire una cultura della vita e una civiltà dell’amore, lo fa precisamente perché desideriamo vedere un giorno esaudita la grande promessa per tutti gli uomini racchiusa nell'idea dei diritti umani.
12 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 11:33
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Pubblichiamo la sintesi dell’intervento “Una battaglia per il futuro” di Carl Anderson, Cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo e membro del Pontificio Consiglio per i Laici, oggi ospite al Meeting di Rimini. L'articolo sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista Atlantide.

Chi di noi sta cercando di costruire una cultura della vita e una civiltà dell’amore, lo fa precisamente perché desideriamo vedere un giorno esaudita la grande promessa per tutti gli uomini racchiusa nell'idea dei diritti umani. Anche se a volte alcuni sembrano inclini a pensare che il movimento per la vita stia cercando di riportare indietro le lancette dell’orologio al tempo in cui l’aborto non era ancora stato legalizzato, nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Nel nostro lavoro per il rispetto dei diritti di tutti gli esseri umani, anche i più indifesi, non abbiamo intenzione di guardare indietro o di ritornare al passato. Desideriamo piuttosto andare avanti, costruire una cultura nuova, in cui ci sia maggiore rispetto per ogni persona – ricco o povero, sano o malato, giovane o vecchio – e senza distinzione di razza o religione. Recentemente mi è stato chiesto: «Cosa vogliono quelli del movimento per la vita?». Parlando al posto mio, Giovanni Paolo II rispondeva già nella Evangelium Vitae, quando scriveva: «A tutti […] popolo della vita e per la vita, rivolgo il più pressante invito perché, insieme, possiamo dare a questo nostro mondo nuovi segni di speranza, operando affinché crescano giustizia e solidarietà e si affermi una nuova cultura della vita umana, per l’edificazione di un'autentica civiltà della verità e dell’amore».

Partecipando alla Marcia per la vita di quest’anno in Canada, ho fatto presente che chi vive negli Stati Uniti e in Canada è fiero del proprio Paese e di ciò che esso ha fatto per promuovere una cultura dei diritti umani. Chi tra di noi sostiene una cultura della vita lo fa proprio per affermare la nostra lunga tradizione di diritti umani, per rinnovare il nostro impegno con quella tradizione e, soprattutto, per costruire su quella tradizione. Ma, giustamente, ci chiediamo: come possiamo continuare a costruire un fondamento per i diritti umani, che sia stabile e duraturo, quando il diritto fondamentale – il diritto alla vita – è negato per legge ai più deboli e ai più vulnerabili tra noi, i bambini non nati? L’aborto legalizzato non promuove i diritti umani; al contrario, è una minaccia per l’intera nostra cultura dei diritti umani. Solo una cultura della vita è compatibile con una cultura dei diritti umani. La morte non può mai essere una soluzione valida ai nostri problemi – sia essa la morte per aborto, per eutanasia o un suicidio medicalmente assistito. Una società che sceglie la morte come soluzione ai problemi sociali si renderà conto a lungo andare di aver scelto la soluzione finale per le proprie istituzioni democratiche.
Ci chiediamo, perché il Canada e gli Stati Uniti hanno una percentuale di aborti più alta che in Francia, Germania, Spagna, Italia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Finlandia e Paesi Bassi? Pensiamo forse che il tasso di aborti nei nostri Paesi – che sono quasi doppie rispetto ad alcune di queste nazioni europee – sia un segno di progresso? O è invece un segno di fallimento?
Dei governi che fossero impegnati per il bene comune di tutti, e autenticamente tesi a costruire una cultura dei diritti umani, dovrebbero trovare la strada per ridurre questo tasso di aborti estremamente alto.
In effetti, in molte nazioni europee prima di poter praticare un aborto è richiesto un periodo di attesa o un consulto specialistico, o entrambe le cose. Negli Stati Uniti, benché in alcuni Stati sia previsto un periodo di attesa o un consulto, la procedura è in genere molto meno formale che nei Paesi europei. E a livello nazionale gli Stati Uniti non hanno una politica unitaria. In Canada si ottiene l’aborto su semplice richiesta. C’è poco da meravigliarsi quindi se nella maggior parte delle nazioni europee il tasso di aborti è molto più basso che da questa parte dell’Atlantico. Naturalmente coloro che difendono la legalizzazione dell’aborto lo fanno sostenendo che l’unico valore da tenere in considerazione è la libertà di scelta. Ma questo è falso. Un valore molto più importante sta nel fare la scelta giusta.
Sebbene le corti supreme di Stati Uniti e Canada abbiano stabilito che l’aborto è una scelta legale, ciò non significa che noi dobbiamo considerare l’aborto come una buona scelta e non possiamo continuare a ricorrere all’aborto sempre più raramente, fino al giorno in cui finalmente sapremo ribaltare quelle decisioni.
Ognuno di noi ha la personale responsabilità di fare dell’aborto la scelta che nessuno farà. Possiamo far questo garantendo cure affettuose e risorse per il bambino ancora nel grembo e per la madre in difficoltà.Il fondamento di tutta la nostra cultura dei diritti umani trae inizio da un comandamento basilare: non uccidere. E, a partire da ciò che non dobbiamo fare, sappiamo anche ciò che dobbiamo fare: amare il prossimo come noi stessi. Per noi questo significa la responsabilità di rispettare, amare e sostenere la vita di ogni persona. Solo così saremo veramente capaci di costruire una cultura dei diritti umani e della vita.

L'uomo deve custodire l'uomo. Non dobbiamo ignorare la domanda che riecheggia attraverso la storia e si ripropone a noi oggi come agli inizi della società umana: «Sono forse il custode di mio fratello?». A questa domanda dobbiamo rispondere con un forte “sì”. Non esitiamo a pronunciare questo “sì”, perché sappiamo ciò che papa Giovanni Paolo II scrisse nella sua grande enciclica, Evangelium Vitae, che «Dio affida l’uomo all’uomo» , ci ha affidati gli uni agli altri. Senza questa dedizione reciproca è impossibile una autentica cultura dei diritti umani.
Ciascuno di noi deve essere disposto a estendere questa dedizione a tutte le donne che si trovano ad affrontare una gravidanza difficile. Dobbiamo essere disposti ad aiutarle a rendersi conto che esistono consultori familiari disponibili ad assisterle, che esiste anche la possibilità dell’adozione, e dobbiamo sostenere anche coloro che svolgono la preziosa opera fornita da tanti di questi centri e consultori.
I Cavalieri di Colombo (Knights of Columbus) sanno cosa significhi prendere sul serio questa responsabilità. Quando ci siamo incontrati a Quebec City per la nostra convention internazionale annuale, i nostri delegati hanno approvato l’istituzione di una nuova Fondazione per la cultura della vita per assisterci nell’opera di costruzione della cultura della vita – una cultura che concretizzi nei nostri Paesi il fatto che «Dio ci ha affidati gli uni agli altri». La prima grande iniziativa della nuova Fondazione è stata quella di aiutare i centri di aiuto alla maternità negli Stati Uniti a equipaggiarsi di apparecchi ecografici, affinché le donne incinte che chiedono consiglio possano vedere con i propri occhi l’essere umano che Dio ha affidato loro.
L’esperienza in molti centri per l’aiuto alla maternità degli Stati Uniti testimonia che quando alle donne incinte che stanno scegliendo l’aborto è data la possibilità di vedere fisicamente il loro bambino, oltre alle opportunità e al sostegno messo loro a disposizione, circa 3 su 4 scelgono la vita al posto dell’aborto.
Noi speriamo che attraverso la nostra Fondazione per la cultura della vita sempre più donne possano scegliere per la vita e molte più vite possano essere salvate.

Non dobbiamo mai lasciarci scoraggiare dalle difficoltà apparentemente insormontabili. Il nostro messaggio di vita, di speranza, ha trovato e trova ascolto. Col passare degli anni un numero sempre maggiore di americani ha abbracciato l’idea che l’aborto libero non sia la soluzione migliore.
Recentemente la Pew Research Survey – una delle aziende statunitensi più quotate che si occupa di sondaggi di opinione – ha rilevato che per la prima volta in molti anni il consenso pubblico per l’aborto è diminuito significativamente.
Dall’indagine, conclusasi lo scorso mese, risulta che meno del 50% degli americani è oggi favorevole all’aborto legalizzato: il 28% crede che l’aborto dovrebbe essere legale nella maggior parte dei casi, e solo il 18% è convinto che l’aborto debba essere legale in ogni caso. Solo il 46% degli Americani, quindi, ritiene che l’aborto dovrebbe essere legale, e di contro il 44% ritiene che esso dovrebbe essere illegale, con un 28% che lo considera tale nella maggior parte dei casi e un 14% che lo considera illegale sempre.

Così, oltre 35 anni dopo la famigerata decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso Roe vs Wade, che ha riconosciuto la possibilità dell’aborto durante tutto l’arco della gravidanza, l’effetto di questa decisione non ha più il supporto della maggioranza degli americani. Se sommiamo il 28% (che lo considera illegale in alcuni casi), l’altro 28% (che lo considera illegale nella maggior parte dei casi), e il 16% (che lo considera illegale in tutti i casi), risulta che il 72% desidera significative restrizioni all’aborto. Il 72% non è favorevole a ciò che Roe ci ha lasciato. E questo fallimento si verifica nonostante gli sforzi di tanti media, che presentano solo un aspetto del problema, e l’insistenza di tanti politici sul fatto che l’aborto legalizzato è una legge acquisita e non più una questione politica.
A mio parere questi dati fanno capire che sulla questione del diritto alla vita abbiamo molti più alleati di quanto pensiamo, e che ci sono sicuramente molte più persone disposte ad ascoltarci se sappiamo prospettare una alternativa positiva, pro-life, all’aborto e alle altre minacce contro la vita umana.
Non dobbiamo cedere nella difesa della vita. Possiamo costruire – e stiamo costruendo – una nuova maggioranza a favore della vita. Lavorando assieme e portando il nostro esempio di amore al prossimo, sono convinto che potremo costruire una nuova cultura della vita, non solo in Canada e negli Stati Uniti, ma in tutto il Nordamerica. Assieme possiamo costruire un solido fondamento per una genuina cultura dei diritti umani. E non dobbiamo mai dimenticare che ogni vita salvata è una vittoria incommensurabile. Se tutti i nostri sforzi uniti potessero salvare anche solo una vita umana, ne varrebbe la pena. Ma noi ne abbiamo salvate migliaia e, se Dio vorrà, ne salveremo altre migliaia.